Sono molte le chiese dedicate a san Cristoforo sulle montagne ticinesi, a testimoniare l’importanza del santo nella protezione di pellegrini e viaggiatori. Ne ho individuate una decina, che trovi indicate qui,

San Cristoforo è il patrono di Cureglia, comune ticinese a nord di Lugano, situato tra le valli del Cassarate e del Vedeggio, non tanto lontano da dove passava l’antica Strada Regina: le sue terre erano in parte proprietà dei monasteri di Sant’Ambrogio a Milano e di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia e in parte di importanti famiglie. Una terra in cui molti passavano. Ecco perché la dedicazione al santo della chiesa menzionata per la prima volta nel 1420.

Chiesa di san Cristoforo (campanile)
Chiesa di San Cristoforo – Cureglia (Svizzera) – ph. Fernandopescia

E da questa terra molti migravano. Una migrazione, come quella di molti paesi di montagna, per lo più stagionale.

Migrare per tornare

L’emigrazione stagionale ticinese dal tardo Medioevo alla fine del Settecento

La migrazione stagionale non era un fenomeno casuale: rappresentava un vero e proprio sistema economico, capace di affiancare e integrare i redditi agricoli con regolarità e continuità. Dal tardo Medioevo fino alla fine del Settecento, gli spostamenti riguardavano prevalentemente i territori confinanti o comunque raggiungibili senza eccessiva difficoltà. In questa prima fase, a partire erano anche lavoratori di estrazione medio-alta, in grado di sostenere economicamente l’organizzazione del viaggio. Era la cosiddetta emigrazione “di mestiere”, che conviveva con quella bracciantile — entrambe stagionali — ma che richiedeva competenze più specializzate e un investimento iniziale maggiore.

Il Canton Ticino offre un panorama straordinariamente variegato di queste tradizioni migratorie. Nella sua parte meridionale dominano i mestieri legati all’edilizia: fornaciai, muratori, stuccatori, tagliapietre, lapicidi, marmorini, pittori, capomastri, architetti. Ma spostandosi verso nord il quadro si arricchisce di figure diverse: artigiani ambulanti come vetrai, fumisti, spazzacamini, arrotini, stagnini e ombrellai; lavoratori di servizio come facchini, domestici, osti e stallieri; e ancora commercianti, dai più semplici venditori di marroni, cioccolata o frutta fino ai mercanti all’ingrosso e ai negozianti di più ampio respiro.

Da Cureglia in Italia e in Francia: i pittori migranti

La migrazione stagionale di Cureglia è legata alla secolare tradizione dei cosiddetti maestri dei laghi”. Qui a Cureglia gli esponenti delle grandi famiglie (come i Tarilli, i Caresana, i Brilli e i Solari) migravano periodicamente verso varie località italiane ed europee per esercitare professioni specializzate come pittori, stuccatori, ingegneri o architetti. Seguendo la consuetudine curegliese, i loro terreni venivano affittati a contadini e allevatori del luogo affinché fossero lavorati e curati in loro assenza.

Da Italia e Francia a Cureglia: i pittori migranti

Nonostante i lunghi periodi passati fuori per lavoro, i membri di queste famiglie non recidevano mai i rapporti con Cureglia. Il borgo rimaneva il centro della loro vita privata e sociale; vi mantenevano le proprie dimore e vi tornavano regolarmente. D I momenti di permanenza in patria erano spesso l’occasione per abbellire le case di famiglia o la chiesa parrocchiale. Questi ritorni periodici hanno permesso il trasferimento a Cureglia di stili e tecniche appresi durante le esperienze lavorative all’estero.

Ad esempio, il pittore Giovanni Battista Tarilli fra 1557 e 1558 affrescò parte degli interni della propria casa, la cosiddetta casa dei pittori, che aveva ereditato dal padre. Artista del tardo manierismo influenzato dai maestri lombardi del primo XVI sec. (Leonardo da Vinci, Bramantino, Bernardino Luini), contribuì a diffondere in Ticino i dettami della pittura della Controriforma.

San Cristoforo a Cureglia

Il Martirio di san Cristoforo (inizio XVII secolo)

Anche nella chiesa di San Cristoforo è evidente questa influenza dei dettami della pittura della Controriforma: osserviamo la raffigurazione del Martirio di San Cristoforo, fino al 1597 posizionato nella zona del presbiterio ed ora sulla parete destra della navata centrale.

Il santo è riconoscibile almeno da due elementi: la statura colossale e la palma fiorita ai suoi piedi. Questi attributi rimangono, ma l’immagine raffigurata non è più quella tradizionale del traghettamento, bensì quella del martirio. Il santo viene ritratto in ginocchio nel momento della decapitazione. Sulla destra compaiono gli idoli che il martire ha rifiutato di adorare. In secondo piano si intravede il re sul trono che assiste alla scena insieme a soldati e nobili. Sullo sfondo si intravedono scene di cattura ed un paesaggio di rovine.

San Cristoforo non ha più la funzione apotropaica del Medioevo: si sente la nuova sensibilità controriformista che fa di lui il campione della fede, testimoniata fino al martirio.

San Cristoforo adorante (fine XVIII secolo)

Anche nel Tardo Settecento, quando è stata affrescata la volta della navata centrale, è stata scelta un’altra raffigurazione del santo: insieme ai santi Sebastiano, Rocco, Antonio da Padova e Giuseppe è raffigurato in preghiera in adorazione della Trinità. Cristoforo è la figura centrale, in tunica rossa che simboleggia il martirio, è riconoscibile dalla statura colossale (evidente al san Sebastiano raffigurato alla sua destra, ma anche al san Rocco che si volge in preghiera come Cristoforo, ma non ha a sua monumentalità). Forse la palma fiorita è rappresentata qui dall’albero fiorito accanto al santo: il particolare del bastone piantato e fiorito è ben presente nei racconti agiografici del santo.
Interessante è il fatto che Cristoforo è qui raffigurato insieme ai santi tradizionalmente protettori contro la peste, san Sebastiano e san Rocco, a testimoniare anche il ruolo taumaturgico svolto in particolare nei secoli delle grandi epidemie di peste, il XVI e XVII.

San Cristoforo trasporta il Bambino (XX secolo)

Per tornare ad un’immagine tradizionale del santo, dobbiamo aspettare il XX secolo: mi riferisco al mosaico realizzato da Umberto Neri nel 1969, presente in facciata.

Umberto Neri, mosaicista ticinese, aveva avviato un’attività artistico artigianale di ceramiche e mosaici a Embrach, nel Zurighese con la moglie Hedwig Zangger. nativa di Locarno. Insieme alla donna, possedeva un laboratorio presso Cureglia, la loro residenza estiva. In questo laboratorio realizzò il mosaico di San Cristoforo.

mosaico di san Cristoforo con Bambino

Il mosaico riprende l’immagine tradizionale del santo, anche se la sua età avanzata e l’acqua che gli si attorciglia suoi piedi evidenziano la grande fatica di Cristoforo nel portare a termine il suo compito. Vestito di un abito che si gonfia per il movimento, porta sulle spalle un Bambino coperto solo da un mantello svolazzante. Sullo sfondo le montagne a forma piramidale tanto caratteristiche del Ticino.

Cureglia, il paese dei pittori e di san Cristoforo

La presenza di questo laboratorio artistico conferma la vocazione artistica di Cureglia, il paese dei pittori, da dove i pittori migravano fino alla fine del Settecento, sì, ma per tornare e rendere più bella la loro terra natale e dipingere, in modo sempre nuovo, il suo santo protettore.

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Bibliografia