San Cristoforo nei Grigioni fra XIII e XVI secolo
Una devozione che viene da Oriente
La devozione a san Cristoforo arrivò probabilmente nei Grigioni attorno al XII secolo, dopo le invasioni degli Ungari, attraverso la penetrazione dei modelli bizantini favorita dalle crociate e dai rapporti con l’Oriente. Tale influsso venne da Oriente, precisamente dal Val Venosta, strettamente collegato ai Grigioni, in quanto parte della stessa grande diocesi di Coira. E nella parte ora italiana (ma di lingua tedesca) della Val Monastero, direttamente collegata alla Val Mustair svizzera, a Taufers in Munstertal – Tubre in Val Monastero si trova una delle prime immagini di san Cristoforo, risalente al XIII secolo.

Guardiano delle grandi vie trecentesche
Fu però nel XIV secolo che si ebbe il grande sviluppo degli affreschi esterni: siamo nel secolo della Alpi aperte, in cui le vie di passaggio vennero di nuovo frequentate da viaggiatori, mercanti, pellegrini. Le Alpi diventarono anche un laboratorio artistico di sintesi degli influssi dal mondo germanico e da quello italiano.
Nei Grigioni, in particolare, ebbe molta importanza il Maestro di Waltensburg e la sua bottega itinerante che proveniva dal lago di Costanza: sono suoi gli affreschi caratteristici di San Cristoforo con il Bambino sul braccio e la mano sul petto. Molto forte, dunque, l’influenza francese e germanica.

La diffusione monumentale di San Cristoforo fu strettamente legata agli storici valichi come il Lucomagno, il Settimo, il Maloja e il San Bernardino. Le facciate, i campanili e le pareti delle chiese venivano scelti strategicamente per ospitare queste colossali figure, affinché fossero visibili da grandissima distanza lungo le direttrici di traffico. In questo modo, San Cristoforo poteva proteggere chi passava.
In questo periodo, la religiosità popolare fu rinvigorita dall’attività di predicazione dei nuovi Ordini Mendicanti (in particolare premostratesi, cistercensi e domenicani) che spesso erano i committenti degli affreschi, insieme all’episcopato di Coira ed ai piccoli signori locali.
Il santo della comunità: fra pietà popolare, teologia ed emancipazione politica
Nel XV secolo, nei Grigioni furono attive botteghe itineranti lombarde, come quella dei Seregnesi o di Antonio da Tradate. A Mesocco (chiesa di Santa Maria del Castello) Cristoforo e Nicolao da Seregno nel 1459 lasciarono un affresco che domina la via del San Bernardino. Molto interessante il fatto che l’appropriazione devozionale si faceva persino fisica e “magica”: i piedi del santo sono costellati di graffiti, firme e preghiere incise da viaggiatori e notai che dal XVII secolo in poi hanno voluto letteralmente “lasciare il segno” del loro passaggio. Antonio da Tradate, invece, dipinse il san Cristoforo di Platta-Medel nei primi anni del XVI secolo.


Il Medioevo era un’epoca di grandi discussione dogmatiche a il nostro santo venne utilizzato anche all’interno delle dispute, assumendo in qualche caso anche un valore sacramentale. Se il riferimento alla morte è evidente, anche il battesimo è richiamato dalla traversata delle acque. In alcune raffigurazione è presente anche un valore eucaristico: come il sacerdote ostende l’ostia, così san Cristoforo innalza e ci mostra il Bambino.

Lo abbiamo visto anche altrove, ad esempio a Vamlingbo, in Svezia. Anche il suo abbinamento a santi della chiesa locale o globale (come San Martino, San Giorgio, San Giovanni Battista …) o a immagini cristologiche ha ripercussioni teologiche che indagheremo.
Dietro l’attività di questi artisti, non si nascondeva solo la pietà popolare, ma anche una complessa e affascinante partita politica. Tra il XV e il XVI secolo, i Grigioni videro l’emergere delle autonomie comunali rurali. Spesso, finanziare la decorazione esterna di una chiesa e scegliere San Cristoforo diventava per la comunità un modo per affermare la propria identità e la propria indipendenza rispetto ai grandi poteri feudali o religiosi centralizzati. Nelle valli di lingua romancia o italiana, ad esempio, ingaggiare botteghe itineranti lombarde come i Seregnesi o Antonio da Tradate era una forma di “opposizione culturale” silenziosa contro i signori territoriali, spesso di lingua tedesca. San Cristoforo, con la sua stazza monumentale, diventava così il fiero portavoce visivo della forza del collettivo locale, in cerca di autonomia politica.
Arriva la Riforma: censura, calce e riscoperta delle immagini grigionesi
Con l’avvento della Riforma protestante, che nei Grigioni trovò terreno fertile a partire dagli anni ’20 del Cinquecento, molte di queste immagini subirono destini avversi. In molti casi, le comunità scelsero di ricoprire i santi con strati di calce (scialbo), con il paradossale effetto di proteggere i pigmenti nei secoli fino alla riscoperta novecentesca.
In altri casi, come a Bondo (Val Bregaglia), villaggio convertitosi nel 1552, lo splendido ciclo monumentale della facciata di San Martino fu gravemente danneggiato dall’iconoclasmo riformato, che ne mutilò i volti.

Tale atteggiamento iconoclastico ha avuto seguito anche nel XX secolo. Emblematico è il caso di Waltensburg/Vuorz: il San Cristoforo dipinto sul coro esterno (circa 1510) fu scoperto e nuovamente ricoperto durante i restauri del 1932-1933, per poi essere definitivamente svelato e restituito al pubblico solo negli anni ’70.
Anche la Controriforma cattolica non ebbe molto in simpatia il santo e i suoi affreschi vennero danneggiati con l’apertura di finestre, riutilizzo della parete per altri affreschi di particolari più in linea con la moralità del tempo o per la decorazione di cappelline della Via Crucis.
Un’eredità monumentale che continua a parlarci
Oggi, camminando tra i sentieri e le valli dei Grigioni, possiamo ammirare ancora molti San Cristoforo. Nel territorio dell’antica diocesi di Coira (che comprende anche Val Venosta, Val Monastero e Voralberg meridionale, sono presenti ben 64 affreschi esterni che raffigurano il nostro santo: due chiese su tre portano la sua effigie.
Alcune immagini sono bene conservate, altre ci sono giunte danneggiate del passare dei secoli a causa degli agenti atmosferici (umidità, esposizione al sole, sbalzi termici) o di microrganismi, oppure di danni causati più o mene intenzionalmente (ampliamenti degli edifici, incendi, ridipinture, restauri poco conservativi, attacchi iconoclastici).
Ma ancora oggi quegli sguardi fissi, tondi e magnetici dipinti secoli fa continuano a interrogarci dalle pareti esterne delle chiese alpine. San Cristoforo non è stato solo un protettore contro le insidie del viaggio e della peste, ma un vero e proprio mediatore culturale tra la vita e la morte, tra il transito terreno e la salvezza eterna, nonché un orgoglioso simbolo di libertà comunitaria.
Puoi trovare l’elenco di tutti i san Cristoforo dei Grigioni nell’elenco di san Cristoforo italiani e svizzeri a cui sto continuamente lavorando.
Bibliografia
- Boscani Leoni, Simona. Essor et funzioni des immagini religiose nelle Alpi. L’esempio dell’antico diocesi di Coira (1150-1530 env.). Berna: Peter Lang, 2008.
- Boscani Leoni, Simona. “«Messaggi silenziosi». Gli affreschi esterni delle chiese alpine come strumento di affermazione religiosa e politica (Svizzera-Italia, XV-XVI secolo)”. Società e Storia, 107 (2005): 7-64.
- Boscani Leoni, Simona. “Les images abîmées : entre iconoclasme, pratiques religieuses et rituels «magiques»”. Images Re-vues [En ligne], 2 (2006).
- Hahn-Woernle, Birgit. Christophorus in der Schweiz. Seine Verehrung in bildlichen und cultischen Zeugnissen. Basilea: Krebs, 1972.
