Un dialogo su San Cristoforo: da Hans Memling a Fabienne Verdier

é una sfida, lo so: la sfida è imparare a “vedere” ciò che non è immediatamente figurativo, decifrando il dialogo profondo che l’artista Fabienne Verdier ha instaurato con il maestro fiammingo Hans Memling e il suo celebre Trittico Morel. Attraverso il ciclo dedicato a San Cristoforo, la Verdier ci conduce all’interno dell’anima di un capolavoro del 1484.

Trittico con San Cristoforo
Hans Memling, Trittico Moreel – Groeningemuseum- Bruges (B)

Sulla descrizione di questo trittico torneremo in un post dedicato. Ora seguiamo il lavoro dell’artista francese Fabienne Verdier.

Ma chi è Fabienne Verdier?

Fabienne Verdier è un’artista francese che ha fuso la tradizione calligrafica cinese con l’astrazione contemporanea. Dopo un lungo e rigoroso apprendistato in Cina, la pittrice è tornata in Europa per esplorare nuove influenze, tra cui lo studio dei maestri fiamminghi e la sperimentazione linguistica. La sua tecnica distintiva prevede l’uso di pennelli monumentali o sacche di colore sospese, permettendole di dipingere stando in piedi direttamente sulle tele. Attraverso il movimento del corpo e l’uso del glacis, l’artista cerca di catturare le forze vitali della natura in opere di grande energia visiva. Assai originale il suo processo creativo, che include un’attenta fase di ricerca documentata in diari e bozzetti preparatori. Il risultato finale è un linguaggio visivo unico che evoca il ritmo della musica e la potenza del tratto gestuale.

Saint Christophe traversant les eaux, 2011

Sul suo sito, l’artista offre non solo la sua opera, ma anche moltissimo materiale preparatorio.

C’è un taccuino su cui annota frasi, schizzi, riferimenti, bozze.

C’è un video in cui spiega le varie fasi del suo lavoro.

Infine, ci solo le opere: tre tele dal titolo “San Cristoforo che attraversa le acque” (che riporto qui sotto); una serie di inchiostri a china dal titolo “Riflessi dell’acqua” (reperibili nel sito dell’autrice); altri tre tele presenti solo nel filmato che raffigurano le donne Morel in preghiera (negli ultimi fotogrammi del video).

Fabienne Verdier, Saint Christophe traversant les eaux III – Homage à Hans Memling, Le Triptyque Moreel, 2011

I Taccuini

Pagg. 1-2: l’uomo che cammina raggiungendo il Lontano

Nella prima pagina del taccuino, accanto ad uno studio su quanto raffigurato nel trittico e sull’autore Hans Memling, inserisce due riferimenti grafici. Da una parte una foto di Giacometti mentre prepara una mostra alla Biennale di Venezia e, subito sotto, un’installazione di James Turell nel 1976 a Varese. Se è evidente la ripresa del colore blu del cielo di Turrel nello sfondo della tela, altrettanto evidente risulta l’attenzione che viene posta sul gesto dell’avanzare di questa scultura giacomettiana, un filiforme uomo che cammina. L’immagine della scultura di Giacometti tornerà anche nella terza pagina del Taccuino.

Nella seconda pagina, viene riportata l’opera della Verdier, con alcune interessanti note: mettono in evidenza soprattutto il tema del distante, l’insondabile, che viene in qualche modo raggiunto attraverso la contemplazione da lontano e poi l’esperienza della traversata.

Pagg. 3-4: la linea attiva

Anche qui troviamo delle raffigurazioni e delle note. In primis, l’opera di Gilbert Garcin intitolata “Il Funambolo”, commentata attraverso una frase della cultura Inuit. Chez les INUITS il suffit qu’une personne se mette en mouvement pour qu’elle devienne une ligne!” (“presso gli Inuit basta che una persona si metta in movimento perché diventi una linea!”). Sotto a questa citazione, compaiono una serie di frasi di artisti che riflettono sul valore della linea:

  • la linea essere-vivente di Pablo Picasso («”C’est quelque chose de très grave et de très mystérieux qu’un simple trait puisse représenter un être vivant.” «”È qualcosa di molto serio e misterioso che un semplice tratto possa rappresentare un essere vivente”»).
  • la linea attiva di Paul Klee (“LA LIGNE ACTIVE” selon sa propre temporalité, est une ligne qui se promène librement et sans entrave.» («”LA LINEA ATTIVA”, secondo la propria temporalità, è una linea che cammina liberamente e senza ostacoli»)
  • la linea esperienza di Cy Twombly «Each line is now the actual experience with its own innate history. It does not illustrate – it is the sensation of its own realization.» («Ogni linea è ora l’esperienza reale con la sua storia innata. Non illustra – è la sensazione della propria realizzazione»).

Accanto a queste citazioni è raffigurato il San Cristoforo di Konrad Wiz: evidente l’identificazione da parte della Verdier dell’identità di colore del mantello del santo e della linea dell’opera di Cy Twombly.

Konrad Witz, San Cristoforo – Kunstmuseum Basel – 1440

Accanto all’immagine, una citazione di Erasmo, che esalta la natura e la bellezza di un giardino attraversato da un torrente, una sorta di approdo del lungo vagabondaggio che viene indicato come la caratteristica principale del santo, un suo stato: vagabondo dello spirito, errante, alla ricerca di una giardino in cui riposare.

Nella quarta pagina viene riproposta la figura del San Cristoforo di Memling, del quale viene messo in evidenza il suo rapporto con l’elemento dell’acqua: l’acqua si muove, è un fluido essenziale che mantiene la sua imprevedibilità ed è sempre in attività. L’acqua diventa, in questo modo, una raffigurazione del mondo. Nella dinamica del rapporto fra niente e tutto, cecità e visione, modo poetico e scientifico di raffigurare il presente e il futuro, l’artista riprende l’opera di Carl André, Copper Ribbon. («J’ai une visée scientifique de l’avenir mais une visée poétique du présent.» («Ho una visione scientifica del futuro ma una visione poetica del presente»).

pagg. 5-6: l’arte come attività viscerale

Anche nella quinta pagina, ritornano le riflessioni sulla linea ondulata, a partire dalle parole di Bergson fino alle considerazioni di Maurice Merleau-Ponty. Oltre alla statua di Alberto Giacometti, compare nella pagina del taccuino anche un dettaglio dell’opera di Wilhelm de König.

Nella sesta pagina, gli ultimi due San Cristoforo di Van Eyck del 1480 e quello di Bouts del XV secolo.

Nel testo, compare il riferimento ad un’arte intesa come trascrizione delle idee, attività viscerale che ha che fare con l’energia spontanea, istintiva. Il tratto nasce come un colpo di fulmine: non a caso viene raffigurata qui l’opera di Walter De Maria, Lighting Field.

Walter De Maria, Lighting Field.

Il video

All’inizio del video l’artista mette in evidenza come l’analisi del Trittico Moreel permetta di riflettere su tutti gli elementi che costituiscono il nostro universo, la nostra alchimia, la nostra cosmogonia, in quanto in questa pittura sono raffigurati il mondo minerale, vegetale, l’acqua, l’aria.

In un primo memento si concentra sui riflessi sull’acqua elemento vivo e in perenne trasformazione. (Nei suoi inchiostri a china il bianco e nero, mentre nelle tele l’azzurro diventano lo spazio di un sogno a occhi aperti, un luogo perfetto per condensare fluidità e possibilità di attraversamentto) poi sul velo e la sua tridimensionalità.

Traendo ispirazione dalla grotta dell’eremita di Memling, la Verdier dichiara di compiere una vera immersione meditativa. Non si limita a guardare la roccia; vive l’esperienza di salire le pareti per meditare al cuore del minerale, traducendo la stasi e la densità della pietra in segni grafici immoti. Ha l’impressione di toccare in qualche senso l’essenza della materia vivente dell’uomo.

Per quanto riguarda l’aria, l’artista cerca di catturare i moti invisibili: le spinte di calore, l’umidità e il peso dell’atmosfera, cercando un tratto che parli di trasformazioni infinite.

Una bestia feroce

La Verdier dichara di aver apprezzato maggiormente la pala destra del trittico e quella centrale. Sceglie, dunque, di non lavorare sulla tavola sinistra, turbata dalla presenza di un animale inquietante alle spalle di Guillaume Morel, un ibrido tra cane e dragone che simboleggia la morte e il lutto per i figli maschi perduti dalla famiglia. Terrorizzata da questo presagio, preferisce volgere lo sguardo altrove, concentrandosi sulla figure femminili — Barbara e le sue figlie — e sul pannello centrale: la traversata di San Cristoforo.

Il profilo delle donne in preghiera

Per la resa delle figure femminili, l’artista francese si concentra sulla figura della donna orante, un’immagine costante che viene dal mondo greco. Attraverso il profilo di queste donne in ginocchio, emerge qualcosa di molto profondo: il sentimento religioso. La Verdier semplifica al massimo le figure, arrivando ad utilizzare semplicemente delle linee curve.

Ancora una volta un linea. dunque: tre pesanti linee nere per le donne in preghiera, una flessuosa linea rossa in movimento per Cristoforo.

Il San Cristoforo di Fabienne Verdier

Da tutte queste riflessioni, che l’artista non ci nasconde, ma ci esplicita nel video e sui taccuini preparatori, nasce il suo Saint Christophe traversant les eaux.

Fabienne Verdier, Saint Christophe traversant les eaux III – Homage à Hans Memling, Le Triptyque Moreel, 2011

Una linea rossa ondulata su fondo azzurro raffigura il nostro santo che cammina nello spazio senza essere impedito nel suo procedere. Come un funambolo avanza un equilibrio precario, ma assoluto. Questa linea ha in sé una forza straordinaria: rappresenta un essere vivente, ma non solo: quella linea diventa essa stessa san Cristoforo. Ovviamente, il grande tratto rosso impresso sulla tela perde completamente il proposito di illustrare in modo didascalico la leggenda di San Cristoforo e diventa l’esperienza fisica e mentale del compiere quel cammino. Ci sono mondi lontani che il santo avvicina con la sua traversata. C’è il lontano, l’insondabile, che viene reso accessibile attraverso l’acqua fluida, mutevole, instabile come il mondo, E il santo ci porta in un mondo felice, passando dal vagabondaggio al riposo in un giardino

I colori scelti appartengono alla tradizione: se l’azzurro dello sfondo richiama il lavoro di Memling, ma anche il cielo di Turrel, il rosso è la caratterizzazione più specifica del santo, essendo il rosso il colore del mantello svolazzante di Cristoforo dipinto da Witz, da Bouts e da Memling. Ma rossa è anche la linea di Cy Twombly.

Cosa ci insegna, infine, questo rosso che solca il blu? Tutto quanto detto e forze anche altro, se teniamo in considerazione il modo di dipingere dell’artista.

Fabienne Verdier dentro l’opera: l’arte come motore di cambiamento

La tecnica della Verdier è una sorta di coreografia: nel suo atelier, l’artista non usa pennelli tradizionali muniti di manico, ma strumenti massicci che le permettono di stare “dentro” l’opera. Si muove sopra la tela con quelli che descrive come i suoi piccoli piedi, danzando attorno al tratto per infondere vita al velo di San Cristoforo, che è una linea e contemporaneamente il santo stesso.

Questa fisicità permette di esplorare una terza dimensione: la profondità del tratto. La forza impressa dal corpo intero crea una stratificazione materica che un semplice movimento del polso non potrebbe mai generare. Nella visione della Verdier, quel tratto rappresenta la vita e ne diventa il soffio vitale, trasformando la pittura in un evento organico che accade sotto gli occhi dello spettatore.

La traversata di San Cristoforo diventa così un invito universale. Allo stesso modo un donna piegata in preghiera. L’arte non è un oggetto da contemplare passivamente, ma un motore di cambiamento. Quello di san Cristoforo e di Barbara e le sue figlie sono movimenti verso l’assoluto.

Guardando queste opere, siamo chiamati a partecipare a questo dinamismo. La bellezza non è il fine, ma il mezzo per incitare l’uomo a muoversi, a evolversi, a lasciare una riva sicura per l’ignoto.

La pittura è un occhio cieco che continua a vedere

In una pagina del suo taccuino, Verdier riporta un pensiero di Bram van Velde (tratto dalle sue conversazioni con Charles Juliet):

«La peinture, c’est un oeil, un oeil aveugle qui continue de voir, qui voit de ce qui l’aveugle. – Cette toute petite chose qui n’est rien, qui domine la vie.» («La pittura è un occhio, un occhio cieco che continua a vedere, che vede ciò che lo acceca. – Questa piccolissima cosa che non è nulla, e che domina la vita»).

E così siamo giunti, per vie strane e nuove, ancora allo stretto collegamento fra Cristoforo e lo sguardo, l’immagine che tu permette di vedere anche la protezione divina, lo sguardo di un santo che, se viene visto di mattina, protegge dalla mala morte tutto il giorno.

Bibliografia