Alta poco più di 44 cm e forgiata in argento parzialmente dorato intorno al 1450, la statuetta reliquiario di San Cristoforo, gioiello dell’Historisches Museum Basel, ci riporta alla Basilea del famoso Concilio, durante una terribile epidemia di peste. Fu Ludwig Mog, alto prelato del Duomo di Basilea, a commissionare l’opera come voto contro la peste che imperversava nella città, cercando protezione dal santo contro la “morte improvvisa”.
Un reliquiario gioiello
Il reliquiario, oggi conservato al Museo Storico di Basilea, è davvero meraviglioso!
Un abito elegantissimo
Il santo indossa una tunica d’argento lunga fino al ginocchio con bordi dorati e maniche elegantemente tagliate ai polsi. Sopra di essa porta un mantello, anch’esso d’argento, che solleva con la mano sinistra rivelando una preziosa fodera dorata.

L’attenzione ai dettagli
Grande l’attenzione ai dettagli: alla cintura dorata e borchiata sono appesi una borsa e un fodero contenente un set da gentiluomo composto da coltello, punteruolo e pugnale. Persino l’acconciatura è ricercata, con i capelli ricci tenuti fermi da una benda frontale in argento ritorto, annodata con un sofisticato fiocco sulla nuca.
Il bastone e la quercia con le ghiande

Molto interessante il bastone che è fiorito in una corona, composta da fitte foglie di quercia e numerose ghiande; non c’è, dunque, la solita palma, ma un albero comune sulle Alpi (peraltro albero molto caro ai Celti, che assegnavano un valore simbolico, la porta di passaggio dal vecchio al nuovo anno che iniziava con il solstizio d’estate, una sorta di collegamento fra mondo degli uomini e mondo degli dei). E di queste connessioni fra religione celtica e devozione a san Cristoforo abbiamo già parlato, ad esempio a Labante e a Gemona (e ancora parleremo). Questo tipo di raffigurazione è molto diffusa nel mondo germanico.
Un Bambino d’oro, un santo d’argento

Sulla spalla sinistra di san Cristoforo, il Bambino Gesù appare , inginocchiato con lo sguardo benevolo e solenne rivolto verso il basso. Il suo volto, caratterizzato da tratti infantili e morbidi, è incorniciato da fitti riccioli d’oro e sormontato da un nimbo a raggiera che ne sottolinea la sacralità. È vestito con una lunga tunica dorata, finemente lavorata a sbalzo, stretta in vita da una sottile cintura d’argento con una fibbia arrotondata. Mentre la sua mano destra è alzata nel gesto della benedizione, nella sinistra regge un globo crucigero dorato. Il sapiente uso della doratura selettiva sulle vesti e sui capelli crea un prezioso contrasto cromatico con l’argento del volto e delle piccole mani fuse, esaltando la sua natura divina rispetto alla figura del santo, di coloro prevalentemente argentato.
Una firma? Lo scopo della committenza.

Sul fodero del coltello compare l’incisione “IHESUS”. È un gioco teologico raffinato: il santo “portatore di Cristo” porta letteralmente il nome di Gesù inciso sull’oggetto che indossa. Qualcuno ha ipotizzato, però, qualcosa di più: alcuni storici pensano che la statua sia, in realtà, stata commissionata da Cristoforo di Treviso, segretario di Papa Eugenio IV. Questo spiegherebbe la scelta del santo e anche la strana grafia della scritta “IHESUS”, (latina, ma ricorda l’alfabeto greco). Cristoforo di Treviso, infatti, era impegnato nelle trattative per l’Unione delle Chiese Greca e Latina: che fosse una sorta di preghiera al proprio patrono perché favorisse l’accordo?
Il realismo (come in Konrad Wiz?)
A colpire, nella statua, è anche il realismo: gli occhi spalancati e la bocca socchiusa trasmettono lo stupore mistico del santo che ha riconosciuto Cristo. Questo aspetto rivela la conoscenza da parte dell’orafo del san Cristoforo di Konrad Wiz, il più grande pittore basilese dell’epoca.

In entrambe le opere, Cristoforo manifesta lo stupore dell’epifania attraverso occhi spalancati e una fronte solcata da rughe profonde. Nella statuetta, il naturalismo è spinto al punto da rendere visibili le arcate dentarie attraverso la bocca aperta, un dettaglio che amplifica il senso di meraviglia presente anche nel dipinto di Witz. Witz dipinge un santo curvo e appesantito dal “fardello spirituale”, mentre la statuetta traduce la fatica nella tensione dei muscoli, nelle vene prominenti delle mani e nel bastone di quercia che appare visibilmente ricurvo sotto lo sforzo, quasi che la lotta sia contro il fiume i cui flutti avvolgono i piedi del santo. Da una parte, dunque, un Bambino molto pesante, dall’altra un cammino faticoso nel fiume. Somiglianze, dunque, ma anche molte differenze, abiti differenti, un’atmosfera assai diversa.
E le reliquie?
Torniamo al nostro reliquiario. E le reliquie? Originariamente protetta da uno sportellino, qè una piccola apertura rettangolare sul dorso del santo che permetteva ai chierici di inserire le reliquie direttamente nel corpo cavo d’argento.

Era una soluzione ingegnosa: il sacro rimaneva protetto e invisibile ai fedeli durante le ostensioni pubbliche, ma la presenza fisica dei resti rendeva la statuetta un oggetto vivo, un tramite diretto tra il cielo e la terra. Oggi le reliquie sono scomparse.
Reliquie scomparse, reliquiario salvato
La statua d’argento del santo scampò in più occasioni alla distruzione. Nel 1529, mentre la furia iconoclasta della Riforma distruggeva gran parte del patrimonio religioso, il Consiglio di Basilea salvò il Tesoro del Duomo nascondendolo in una sacrestia. Venduto nel 1833, passò per Parigi, poi all’Hermitage a San Pietroburgo. Solo nel 1933, in un periodo di forti scambi internazionali, la Fondazione Gottfried Keller riuscì a riacquistare l’opera, riportandola finalmente a Basilea dopo cento anni di esilio.
Basilea e San Cristoforo
Se questo fu uno dei primi, non fu certo l’unico san Cristoforo di Basilea.
Ancora all’Historiches museum
Tra le più affascinanti vetrate tardogotiche di Basilea spicca la tavola di San Cristoforo, realizzata da un maestro anonimo intorno al 1470. Entrata nelle collezioni del Museo Storico già nel 1881, dopo essere appartenuta a una raccolta privata, questa immagine aveva originariamente il suo posto nella chiesa di Läufelfingen, nell’Alta Basilea, ai piedi del passo del Giura sopra l’Hauenstein. Qui il santo, protettore dei viaggiatori, vegliava su chi si metteva in cammino, offrendo ai fedeli un punto di riferimento per la preghiera e l’invocazione.
I colori accesi e i contrasti decisi catturano subito lo sguardo, mentre il linguaggio grafico, vicino alla sensibilità visiva del tempo, conferisce alla scena un’intensa forza espressiva. I mantelli rossi sferzati dalla tempesta sembrano muoversi davanti ai nostri occhi, in netto contrasto con la calma determinata del gigantesco Cristoforo che, sotto il peso sempre più gravoso del Bambino Gesù, avanza faticosamente verso la riva della salvezza. In questa tensione tra movimento e resistenza si concentra tutta la potenza simbolica e visiva della vetrata.

Al Kunstmuseum Basel
Oggi nel catalogo del Kunstmuseum della città sono segnalati ben 5 dipinti e 23 incisioni che raffigurano il santo, quasi tutte del XVI e del XVII secolo.
Notevole il San Cristoforo del 1562 che trasporta non solo il Bambino, ma anche un enorme mondo. Ha già un piede fuori del fiume e lo attende l’eremita. Molto bello anche il malinconico san Cistoforo del Flugelaltar di Busserach (XVI secolo), appoggiato al bastone con una scarsella da viaggio piena di cibo e un ramo per bastone: simpaticissimo il Bambino nudo in piedi sulle sue spalle che ci guarda e benedice!


L’incisione più significativa è quella di Holbein il giovane che ha illustrato una pagina dell’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, quella in cui l’umanista critica il culto dell’immagine di San Cristoforo, da lui chiamato in modo assai dispregiativo il Polifemo dei cristiani.

Ma, nonostante queste critiche, il nostro santo ebbe vita ancora lunga.
Bibliografia
- Luginbuehl Wirz, Regula. 2022. «Die spätgotischen Reliquienstatuetten des heiligen Christophorus Ikonografischer Hintergrund, Auftraggeberschaft/Stifterumfeld und Frömmigkeitspraxis». Zurigo.
- nel catalogo del Basel Kunstmuseum
